25 febbraio 2016

dire, fare Rifondazione

Notiziario online del PRC-Sinistra Europea

Dire fare Rifondazione – Numero 0 febbraio 2016


22 settembre 2014

Costruire l’opposizione al governo Renzi, unire la sinistra, rilanciare il Partito della Rifondazione Comunista. Documento approvato dalla Direzione nazionale del PRC del 19 settembre 2014 -


Nelle ultime settimane e negli ultimi mesi assistiamo ad una più sempre preoccupante escalation a livello globale. E’ il segno di come la crisi economica porti con sè una profonda ridefinizione dei rapporti geopolitici a livello internazionale, con una crisi dell’egemonia del blocco imperialista occidentale e l’ascesa delle nuove potenze che, con il recente incontro dei Brics, hanno definito un livello ulteriore di integrazione politico economica.
La situazione in Ucraina, Iraq e Siria, Libia, la recente nuova aggressione israeliana a Gaza e al popolo palestinese, l’aumento delle tensioni nel sud est asiatico, sono i segnali di una preoccupante e generalizzata tendenza alla guerra.
In particolare in Ucraina, gli Usa e l’UE continuano nell’opera irresponsabile e guerrafondaia di sostegno al governo di Poroshenko e dei suoi alleati neonazisti, puntando ad una integrazione dell’Ucraina nella Nato e ad una nuova strategia anti russa approvata nel recente vertice del Galles, fatta di sanzioni e accerchiamento economico militare, che rischia di portare ad un punto di non ritorno. Il PRC condanna la politica di Ue e Usa di deliberato sostegno alla guerra lanciata dal governo ucraino contro le popolazioni del sud est ucraino, la politica di sanzioni alla Russia e di annessione a Ue e Nato dell’Ucraina. Solo un’Ucraina federale, libera dalle forze neofasciste e fuori dalla Nato può rappresentare la base di una soluzione politica alla crisi in atto, Esprimiamo la nostra solidarietà ai movimento antifascisti ucraini e al partito comunista ucraino che in questi mesi si oppongono al fascismo e alla guerra. Sosteniamo le iniziative come la carovana antifascista lanciata dalla “Banda Bassotti” e le mobilitazioni per la pace e contro la guerra di queste settimane.
In Medio Oriente la strategia del caos costituente, applicata da oltre un decennio dagli Usa, sta portando ad una diffusa e crescente instabilità, in Iraq come in Libia, e al consolidamento dei movimenti reazionari come l’Isis. Questo è il frutto delle politiche imperialiste, ed è ipocrita la nuova coalizione lanciata in queste ultime ore. Una coalizione senza alcun mandato delle Nazioni Unite, di cui fanno parte gli stessi regimi reazionari del golfo come Qatar e Arabia Saudita, la Turchia, che sono i primi responsabili del sostegno logistico, militare e organizzativo alle forze islamiche reazionarie nell’area. Con la scusa della guerra contro l’Isis, in realtà gli Usa rilanciano i loro obiettivi strategici regionali, di un alleanza con le forze reazionarie per produrre il cambio di regime in Siria, riprendere il controllo dell’Iraq e isolare l’Iran. Lo stesso sostegno ai curdi avviene solo nei confronti di quelli irakeni, mentre il PKK, che è in prima fila nella lotta contro l’oscurantismo islamista dell’Isis è inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche. Per isolare l’Isis va interrotto il sostegno che avviene da parte di Qatar, Arabia saudita e Turchia attraverso la Siria, che invece viene rafforzato e ribadito attraverso fantomatici gruppi ribelli moderati. Esprimiamo il nostro sostegno alle forze kurde del YPG e proponiamo di costruire una campagna a sostegno del PKK, delle esperienze di autogoverno Curde in Siria e per la liberazione del compagno Ocalan.
In Palestina la nuova aggressione israeliana ha prodotto una nuova strage con migliaia di vittime innocenti e danni incalcolabili. Rimangono irrisolti tutti i nodi della decennale guerra. Il problema è e rimane l’occupazione israeliana, la sua politica di apartheid e violazione dei diritti umani dei palestinesi, a cui contribuisce il colpevole silenzio di Usa e Ue. Sosteniamo la campagna BDS di boicottaggio dei prodotti israeliani, per la fine dell’occupazione, per il diritto del popola palestinese al proprio stato , con Gerusalemme est come capitale, per il diritto al ritorno dei profughi, secondo quanto previsto dal diritto internazionale. Va isolato il governo reazionario israeliano e la sua politica di colonizzazione e di negazione dei diritti palestinesi, attraverso la revoca degli accordi di cooperazione commerciale e militare di Ue e Italia. Va rilanciata la campagna per la liberazione di Marwan Barghouti, Amhed Saadat e dei prigionieri politici palestinesi, per favorire quell’unità palestinese difficilmente raggiunta e che l’aggressione israeliana voleva compromettere.
Il PRC è impegnato al successo e alla partecipazione alle manifestazioni di Firenze il 21 settembre contro tutte le guerre e di Roma il 27 settembre il con il popolo palestinese. La lotta contro la guerra è una priorità di questa fase politica internazionale. Per la pace, contro la NATO e l’imperialismo, sono le parole d’ordine con cui partecipiamo, in quanto la guerra non è un caso della storia, ma il prodotto concreto delle politiche imperialiste di questi anni e della crisi della globalizzazione capitalista.
Costruire l’opposizione al governo di destra
In Italia, l’obiettivo di Renzi di abolire l’articolo 18 e distruggere lo Statuto dei lavoratori per decreto, riassume più di ogni altro elemento la fase politica attuale.
Pochi mesi fa Renzi si è presentato come il nuovo uomo della provvidenza in grado di risolvere la crisi italiana. Al contrario il governo ha proseguito le politiche di austerità che producono e aggravano la crisi sociale ed economica. Come se non bastasse Renzi –sempre sbandierando la discontinuità – ha contribuito in modo decisivo
a dar vita ad un esecutivo europeo iperliberista, più filo tedesco di prima e guerrafondaio

Il vero salto di qualità Renzi non lo produce nell’uscita del paese dalla crisi ma nell’utilizzo della crisi come scusa per demolire la democrazia e i diritti dei lavoratori. In piena sintonia con Berlusconi, in nome della lotta alla casta vuole impedire ai cittadini di eleggere i senatori e varare una legge elettorale peggiore del porcellum. Così come in nome della lotta alle diseguaglianze vuole abolire i pochi diritti che rimangono a chi lavora, mettendo tutti i lavoratori in condizioni di parità: nella situazione peggiore.
Le politiche di Renzi, denominate “riforme strutturali” costituiscono in realtà la nuova fase dell’offensiva neoliberista decisa a livello europeo tra tutti i governi dell’Unione: dopo i tagli al welfare arriva la cancellazione dei diritti dei lavoratori, della democrazia, e le privatizzazioni. Non a caso il paese che viene additato come modello è la Spagna, che in questi ultimi anni ha introdotto piena libertà di licenziamento: quella che vogliono raggiungere anche in Italia. Nel disegno politico di Renzi si sommano dunque prosecuzione delle politiche neoliberiste , una spiccata tendenza al regime con la compressione della democrazia, la distruzione del sindacato e la sistematica ricerca di un consenso passivo fondato sul rapporto diretto capo/masse, e favorito da un utilizzo pervasivo dei mezzi di comunicazione di massa televisivi.
Quando Renzi si presenta come il leader di tutto il popolo fa infatti leva sul senso comune accumulatosi nel paese negli ultimi 20 anni, sommando il peggio del berlusconismo e dell’antiberlusconismo in una miscela antidemocratica che si nutre e alimenta la passivizzazione sociale. E’ infatti evidente che il senso di impotenza che rappresenta il tratto essenziale della condizione popolare oggi è il punto fondamentale su cui fa leva Renzi per proporsi come uomo della provvidenza.
L’assenza di una reazione sociale visibile al grave attacco ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici costituisce per ora la caratteristica fondamentale e peggiore della situazione italiana. Dobbiamo quindi operare con determinazione e intelligenza per trasformare il disagio sociale passivizzato in una vivace opposizione politica e sociale alle politiche del governo Renzi e dell’Unione Europea.
Il compito di Rifondazione: costruire una soggettività antagonista, di alternativa
Il principale problema politico di questa fase consiste quindi nella costruzione di soggettività antagonista: sociale, sindacale, culturale, politica. Una soggettività determinata quanto unitaria: per indicare la strada in modo chiaro, ma anche per rompere il senso di impotenza che deriva dalla divisione. Se la tendenza al regime trova il suo alimento nella passività di massa della folla impotente che aspetta il miracolo, la costruzione di soggettività, di un percorso concreto di alternativa è il punto da cui partire, il passaggio decisivo e la condizione per modificare i rapporti di forza.
Non è un caso che il movimento No Tav, diventato in questi anni un punto di riferimento generale per le lotte nel nostro paese ben al di la’ dei confini della Val di Susa, abbia proprio queste caratteristiche: obiettivi chiari, capacità di critica, ma anche di proposte concrete, un movimento unitario nutrito da una forma democratica e partecipata.
Nella direzione della costruzione di una soggettività antagonista, tre sono i terreni di iniziativa politica immediata:
Innanzitutto occorre operare per costruire la più vasta mobilitazione sociale contro i provvedimenti del governo e la politica della commissione europea. Si tratta del punto decisivo di lavoro nelle prossime settimane, al fine di rovesciare le politiche del governo a partire dall’allargamento dei diritti del lavoro, dal blocco delle privatizzazioni per arrivare alla proposta della piena occupazione da raggiungersi attraverso un piano pubblico del lavoro. In questo contesto la richiesta sciopero generale contro la manomissione dello statuto lavoratori e la mobilitazione del pubblico impiego sono punti decisivi; non diciamo solo no ma abbiamo una posizione chiara: reperimento delle risorse trasferite alla rendita, estensione dei diritti a tutti i lavoratori, abolizione riforma Fornero e reddito sociale per i disoccupati.
In questo quadro è importante la manifestazione della Fiom di metà ottobre e dobbiamo impegnarci da subito per preparare la manifestazione promossa dalla lista Tsipras per il 29 di novembre. La nostra azione politica è finalizzata a rompere la passività sociale e a costruire concretamente il conflitto di classe nel paese , Solo nello sviluppo di questo conflitto è possibile costruire elementi di chiarificazione delle cause della crisi e delle strade attraverso cui uscirne.

In secondo luogo occorre fare un vero e proprio salto di qualità dell’azione culturale nella demistificazione dell’ideologia dominante e nella proposizione di una alternativa praticabile. Oggi ogni scelta politica viene giustificata in nome dell’emergenza economica che a sua volta viene presentata come un dato oggettivo e immodificabile. Si tratta di una vera e propria menzogna, di una ideologia che copre la realtà falsificandola. Rendere inefficace questa narrazione fatta dal potere – ed oggi egemone – sia mostrandone gli elementi menzogneri, sia avanzando proposte alternative concretamente praticabili è un compito non rinviabile. Senza la rottura del velo dell’ideologia dominante rischiamo di essere
relegati in un ruolo di pura e sterile propaganda. Da questo punto di vista la formazione politica dei compagni e delle compagne così come la riorganizzazione della comunicazione del partito deve produrre un deciso salto di qualità.

In terzo luogo dobbiamo operare per trasformare la lista Tsipras – che rappresenta il punto può avanzato di unità e proposta politica realizzato a sinistra dopo gli anni della sconfitta – in una vera e propria soggettività politica di sinistra antiliberista in sintonia con la Sinistra Europea.
Questo salto di qualità non è per nulla semplice né automatico e non tutti i soggetti che hanno dato vita alla lista condividono questa prospettiva. Per quanto ci riguarda Rifondazione ha esplicitamente avanzato ,dopo il positivo risultato elettorale di avviare la costruzione di una “Syriza” italiana fondata sul principio di una testa un voto. Riteniamo che ogni attendismo rischi di disperdere le energie e l’attenzione che L’Altra Europa ha suscitato e su questo invitiamo alla riflessione tutte le soggettività che con noi hanno lavorato a costruirla.
Costruire la sinistra
Per riuscire a trasformare la lista Tsipras nel soggetto unitario della sinistra, occorre agire a più livelli:
Innanzitutto consolidare e l’allargare l’area della lista attraverso pratiche democratiche e partecipate dei Comitati locali della lista. I Comitati devono divenire il punto di aggregazione degli uomini e delle donne di sinistra presenti sul territorio.
2. Addivenire ad una esplicita dichiarazione d’intenti relativa alla volontà di costruire un soggetto politico di sinistra. L’esigenza di costruire questo soggetto politico unitario non è solo dettata dalla condizione della politica italiana: è la vera domanda politica che alberga tanto tra i votanti della Lista Tsipras quanto all’interno dei Comitati. Si tratta quindi di trovare un percorso che riesca a costruire questa soggettività in modo inclusivo, democratico e partecipato. A tal fine il passaggio della manifestazione nazionale del 29 novembre è fondamentale. Infatti il passaggio dall’essere uno spazio di aggregazione ad essere un soggetto che fa politica non può avvenire solo attraverso una discussione interna a tratti estenuante e autoreferenziale ma deve passare attraverso atti politici che parlino al paese. Da questo punto di vista è evidente che la convocazione di una manifestazione di massa, pone immediatamente il problema della prospettiva politica, della risposta alla domanda di chi viene in piazza. Il pieno successo della manifestazione nazionale contro il governo è quindi il punto di passaggio obbligato per costruire l’opposizione politica al governo ma anche per dar vita sui territori ad un lavoro politico e di aggregazione della lista e per favorire la rottura degli indugi ad avviare un processo costituente che parta subito dopo la manifestazione.
ll rapporto tra Rifondazione Comunsita e la Syriza italiana
Quindi il lavoro politico del partito deve quindi articolarsi su questi tre livelli, sociale, politico e culturale, finalizzato alla costruzione e all’alimentazione del conflitto sociale, alla trasformazione della lista Tsipras in un soggetto unitario della sinistra antiliberista e alla battaglia culturale contro il pensiero unico e per proporre una alternativa.
Particolarmente rilevante è la discussione – dentro e fuori il partito – su quali rapporti debbano intercorrere tra la costruzione del soggetto unitario della sinistra e l’esistenza del Partito della Rifondazione Comunista. Per anni abbiamo infatti detto che Rifondazione era necessaria ma non sufficiente: oggi siamo alla prova dei fatti e dobbiamo approfondire questo nodo.
Partiamo da una prima approssimazione condivisa: il nostro progetto politico deve viaggiare su due gambe, il partito e la sinistra unita. Si tratta di una prima formulazione importante: tra partito della rifondazione comunista e soggetto unitario della sinistra non esiste contrapposizione, non esiste giustapposizione ma deve esistere una relazione in cui lo sviluppo di uno aiuti lo sviluppo dell’altro e viceversa.
E’ la registrazione di ciò che è avvenuto: senza Rifondazione non si sarebbero mai raccolte le firme per presentare alle elezioni Europee la lista Tsipras ma senza il percorso unitario Rifondazione non avrebbe mai superato lo il 4%. Lo stesso vale per la manifestazione di novembre: senza l’azione del PRC probabilmente non sarebbe mai stata decisa ma senza un contesto unitario Rifondazione da sola non sarebbe in grado di costruire una manifestazione di massa.
Ora vanno approfondite le condizioni e i termini della relazione fra rilancio di Rifondazione e nascita e sviluppo del soggetto unitario della sinistra.
Bisogna individuare innanzitutto quali sono i compiti di un soggetto unitario della sinistra affichè possa essere tale. Noi riteniamo che questo debba essere un soggetto politico plurale e democratico, dotato di un programma di fase, in grado di prefigurare una fuoriuscita dalle politiche neoliberiste e dalla crisi e di prefigurare l’alternativa. Un soggetto cioè in grado di presentarsi unitariamente alle elezioni e nel contempo di costruire attorno alla propria proposta politica la necessaria battaglia sociale, politica e culturale. Si tratta di costruire un polo politico della sinistra antiliberista, che sia chiaramente distinguibile nel panorama politico italiano e che sia in grado di dar luogo ad un processo di aggregazione. Un polo politico della sinistra antiliberista e quindi autonomo politicamente e portatore di un progetto alternativo alle altre proposte politiche oggi in campo.
Questo polo politico della sinistra non dovrebbe in nessun modo essere caricato di richieste ulteriori relativamente a caratterizzazioni culturali od ideologiche: non è un nuovo partito e non si basa su una comune ideologia. Nel polo della sinistra debbono poter lavorare insieme sulla base di un progetto comune non solo i diversi soggetti della sinistra ma devono convivere fisiologicamente diverse ideologie e appartenenze politiche, culturali e organizzative. A partire da un progetto politico e da regole condivise, il pluralismo e il rispetto delle differenze deve essere l’elemento costitutivo e fisiologico del soggetto politico della sinistra che vogliamo costruire.
In questo contesto qual’è il ruolo del Partito della Rifondazione Comunista oltre al partecipare con grande spirito unitario alla costruzione e allo sviluppo del soggetto unitario della sinistra?
Qual è il senso profondo, storico, che rende necessario il rilancio del processo della rifondazione comunista e il PRC?
A nostro parere i punti fondamentali sono i seguenti:
1) La necessità di avere una organizzazione politica comunista, un intellettuale collettivo, che contribuisca alla definizione di una analisi marxista della società sia per quanto riguarda il capitale sia per quanto riguarda la costruzione di una soggettività antagonista al capitale. In questo quadro il tema della formazione politica e dell’informazione sono punti assolutamente decisivi.
2) La necessità di avere una organizzazione politica comunista che affronti il nodo del superamento del capitalismo come punto fondamentale e necessario per permettere all’umanità di compiere un passo in avanti sulla strada della liberazione. Infatti l’attuale crisi segnala l’incapacità del capitalismo di usare positivamente la ricchezza che pure è in grado di produrre. Solo la fuoriuscita dal capitalismo e dalla logica del profitto può determinare le condizioni per una uscita compiuta dalla crisi intesa come pieno utilizzo della ricchezza economica e sociale per garantire a tutti e tutte una esistenza libera e dignitosa in un contesto non distruttivo della natura. Serve insomma una organizzazione politica che oltre a porre il problema dell’uscita da sinistra dal liberismo, avanzi la prospettiva della fuoriuscita dal capitalismo, cioè del comunismo.
3) La comprensione da parte di Rifondazione che l’attuale sistema politico elettorale – che giornalisticamente va sotto il titolo di Seconda Repubblica – è un avversario sistemico del movimento operaio e della costruzione dell’alternativa. Il bipolarismo come l’incorporazione del pareggio di bilancio in costituzione costituiscono fattori costituenti di questa seconda repubblica. La lotta per l’alternativa non si riduce quindi alla prospettiva della conquista di una maggioranza parlamentare ma prevede la battaglia per il superamento dell’attuale assetto istituzionale così come si è venuto definendo in Contrapposizione alla lettera e allo spirito della Costituzione nata dalla Resistenza.
4) La comprensione da parte di Rifondazione Comunista che la rappresentanza politica è solo una parte dell’azione politica comunista. Il tema della costruzione del soggetto dell’alternativa, dello sviluppo dell’autorganizzazione sociale e di una cultura altra, è il punto fondamentale della politica comunista. Questo riguarda l’individuazione delle contraddizioni del sistema capitalistico, l’analisi e la valorizzazione dei percorsi attraverso cui si può costituire ed esprimere una soggettività anticapitalista, la definizione di una battaglia politico culturale sui modelli sociali e sulla costruzione di un immaginario alternativo a quello prodotto dal mercato. In questo quadro il terreno elettorale deve essere delegato all’aggregazione unitaria della sinistra mentre il partito deve concentrarsi sugli altri aspetti sopra definiti.
Fare le cose sopra descritte non richiede solo la continuazione di Rifondazione Comunista ma richiede un deciso avanzamento del progetto politico della rifondazione comunista. Infatti oggi nonostante una analisi corretta e condivisa che vede lo spostamento del potere reale dal piano della democrazia rappresentativa ad altre istituzioni, troppo sovente il partito è concentrato per larga parte sulle sole dinamiche istituzionali. Si tratta quindi di modificare in profondità il nostro modo di funzionare sapendo che il punto fondamentale per un partito comunista non è quello di rappresentare un soggetto sociale già formato ma piuttosto quello di contribuire alla costruzione di un soggetto della trasformazione che riesca a scardinare ed a superare lo stato di cose esistenti.
A tal fine è necessario rilanciare con forza la campagna di tesseramento e di autofinanziamento del Partito e chiediamo a tutte le strutture di prodursi nel massimo impegno. In questo quadro la Direzione nell’auspicare che si tenga rapidamente la Conferenza nazionale dei Giovani Comuniste/i, decide che la Conferenza di organizzazione nazionale si tenga nei primi mesi del prossimo anno e che nel corso del mese di novembre si tengano su tutto il territorio nazionale le riunioni interregionali dei segretari di circolo e degli organismi dirigenti.
Appuntamenti nazionali di mobilitazione e di lotta:
E’ chiaro che l’obiettivo della riuscita della manifestazione di novembre è anche legata alla nostra capacità di costruire l’opposizione sociale,di valorizzare e collegare le lotte . Di fronte all’ attacco del Governo alla Costituzione, al lavoro alla scuola, al pubblico impiego, ai diritto all’abitare si stanno profilando scadenze e mobilitazioni che sono importanti in sé, ma anche come tappe di una possibile uscita dalla rassegnazione e dalla passività:
21 settembre – manifestazione a Firenze contro le guerre.
27 settembre – manifestazione nazionale a Roma in appoggio alle rivendicazioni del popolo palestinese.
4 ottobre – convegno su: Crisi del Capitalismo e rifondazione del comunismo.
8 ottobre – mobilitazione nazionale sindacale su pubblico impiego.
10 ottobre – Sciopero degli studenti e dei coordinamenti precari e dei sindacati di base contro la riforma Renzi Giannini.
10 ottobre – giornata internazionale contro gli sfratti per il diritto all’abitare.
11 ottobre – Giornata di mobilitazione STOP TTIP: diciamo no in tutta Italia.
18 ottobre – Manifestazione Fiom.
29 novembre – manifestazione nazionale lista Tsipras contro politiche governo e UE

22/9/2014
www.rifondazione.it

1 giugno 2014

Riteniamo che la possibilità di costruire una “Syriza italiana” rappresenti una conferma importante della linea politica che Rifondazione Comunista ha perseguito in questi anni e che ha trovato un primo punto di approdo nella campagna elettorale: il Prc è stato tra le forze fondatrici della Sinistra Europea e che più hanno investito, in questi anni, in questo progetto; da tempo lavoriamo perché possa prendere piede anche in Italia un polo della sinistra autonomo e alternativo anche al centrosinistra; per primi, in Europa, abbiamo avanzato la candidatura del compagno Alexis Tsipras alla presidenza della commissione europea a tutte le forze della Sinistra Europea.

ORA COSTRUIAMO LA “SYRIZA ITALIANA”

Il voto del 25 maggio è segnato in tutta Europa dalla sofferenza sociale causata dalle politiche di austerità praticate da popolari, liberali e socialisti.
Il segno prevalente è il malessere dei popoli europei rispetto alle conseg...uenze delle politiche di austerità assunte in sede europea in questi anni, che hanno aggravato la crisi, e rispetto ai governi e alle maggioranze, subalterne al neoliberismo .
A fronte di questo risultato, le classi dirigenti europee rappresentate dal Partito Popolare e dal Partito Socialista intendono rispondere coniugando la prosecuzione di politiche a tutela dei profitti, delle rendite finanziarie e delle banche con la costruzione di una strategia di recupero del consenso popolare. In questa direzione si muovono le proposte di proseguire le politiche neoliberiste allentando le politiche di austerità che hanno già determinato una drastica riduzione dei livelli di copertura del welfare e dei diritti dei lavoratori.
In tal senso il successo del Partito Democratico di Renzi – che con una mano eroga il bonus di 80 euro al mese ad ampi settori della popolazione, e con l’altra continua nell’azione ben più pesante e strutturale di taglio della spesa pubblica e sociale, nelle privatizzazioni, nella precarizzazione del mondo del lavoro, nella salvaguardia del sistema bancario nonché nel mantenimento della controriforma Fornero delle pensioni – si pone come punto di riferimento possibile per una declinazione "blairiana" delle politiche liberiste.
In questo contesto, esprimiamo la nostra piena soddisfazione per il risultato positivo ottenuto dalle forze aderenti al partito della Sinistra Europea e al Gue-Ngl, che hanno posto al centro della proposta politica e della campagna elettorale l’opposizione alle politiche di devastazione sociale praticate da popolari e socialisti; il rifiuto netto della logica delle “larghe intese”; il ruolo delle lotte, del conflitto sociale e la prospettiva della ricostruzione del movimento operaio anche al di là dei singoli confini nazionali.
Il rafforzamento della sinistra europea e lo sviluppo del conflitto di classe rappresentano l’anticorpo e l’alternativa più credibili all’avanzata inquietante delle forze neonaziste e neofasciste che, proprio sul terreno della destrutturazione sociale causata dalla crisi, puntano a rilanciare un “nuovo” nazionalismo fondato sull’egoismo sociale, sul razzismo, sull’esaltazione delle “piccole patrie”.
Il superamento del quorum da parte della lista L’Altra Europa con Tsipras è a sua volta – dato il quadro italiano – un risultato importante e positivo: dopo anni di resistenza e di sconfitte elettorali sul piano nazionale, torna ad eleggere la sinistra che si presenta al fuori di alleanze con il Partito Democratico.
La lista L’altra Europa con Tsipras non è stato solo un fatto elettorale. In questi mesi, attorno alla costruzione della lista, vi è stata una significativa mobilitazione unitaria a sinistra – all’interno della quale ci siamo mossi con nettezza, convinzione e generosità – per raccogliere le firme prima, per fare la campagna elettorale poi.
Proponiamo quindi di operare un salto di qualità e di costruire la “Syriza italiana”, all'interno della Sinistra Europea, ponendo al centro l'alternativa alle politiche di austerità e neo-liberiste, e alle forze e alle coalizioni che le sostengono.
Proponiamo che il processo di costruzione di tale soggetto della sinistra unitaria e plurale non avvenga in modo verticistico e pattizio, ma partecipativo ed inclusivo di tutte le persone concordi con gli obiettivi unitari. L’obiettivo è la costruzione di un soggetto politico della sinistra fondato sulla base del principio "una testa un voto"; che il soggetto unitario abbia piena titolarità sulla rappresentanza elettorale; che forze organizzate, locali e nazionali, che scelgano di attivarsi per il processo unitario senza sciogliersi, s'impegnino a non esercitare vincoli di mandato ed a garantire la libera scelta individuale nell'adesione al nuovo soggetto politico da parte dei propri iscritti e iscritte.
Proponiamo, nello specifico:
- la prosecuzione e l'ampliamento dell'attività dei comitati locali de L'Altra Europa anche attraverso la convocazione di assemblee popolari e territoriali della sinistra;
- una campagna contro l’attacco eversivo di Renzi alla democrazia; attacco che passa sia attraverso la proposta di una nuova legge elettorale di chiaro segno autoritario sia attraverso il varo di una stagione più generale di controriforme.
Riteniamo che la possibilità di costruire una “Syriza italiana” rappresenti una conferma importante della linea politica che Rifondazione Comunista ha perseguito in questi anni e che ha trovato un primo punto di approdo nella campagna elettorale: il Prc è stato tra le forze fondatrici della Sinistra Europea e che più hanno investito, in questi anni, in questo progetto; da tempo lavoriamo perché possa prendere piede anche in Italia un polo della sinistra autonomo e alternativo anche al centrosinistra; per primi, in Europa, abbiamo avanzato la candidatura del compagno Alexis Tsipras alla presidenza della commissione europea a tutte le forze della Sinistra Europea.
Siamo stati in grado di contribuire alle liste, nelle diverse circoscrizioni, avanzando candidature espressione del nostro partito e al contempo di vertenze, movimenti e lotte: a partire dai compagni Eleonora Forenza e Fabio Amato, coordinatore della campagna elettorale per la Sinistra Europea, le nostre candidate e i nostri candidati hanno ottenuto risultati positivi e significativi. E' questo il segno del consenso ottenuto da Paola Morandin, Nicoletta Dosio, Simona Lobina, Antonio Mazzeo e da tutte le compagne e i compagni presenti nella lista. Segno anche di una mobilitazione e dell’impegno della larga maggioranza delle compagne e dei compagni del partito nel dare attuazione alle indicazioni discusse e decise negli organismi.
L’investimento nel processo di costruzione della sinistra deve quindi procedere di pari passo con l’investimento nel rafforzamento e nel rilancio di Rifondazione Comunista. Riteniamo che sia necessaria oggi più che mai la presenza di una forza politica come lo nostra che si ponga il fine di collegare - attorno all’obiettivo dell’uscita dal capitalismo in crisi - le lotte e le istanze di cambiamento e di liberazione che nascono, crescono e si coagulano nella società; il contrario cioè di un processo liquidatorio.
Riteniamo che un rinnovato progetto della rifondazione comunista possa essere il terreno di ricomposizione di tutte le comuniste e i comunisti che vogliono costruire la Syriza italiana e superare i rapporti di produzione capitalistici. Avanziamo quindi questa proposta a tutti i compagni e le compagne interessate e ci impegniamo a perseguire questo obiettivo.
Al fine di rilanciare e rafforzare l’azione di Rifondazione Comunista proseguiremo con gli impegni già assunti:
•la conferenza nazionale di organizzazione;
•il completamento dei congressi regionali entro la fine di giugno;
•la campagna di autofinanziamento;
•l’attività di formazione e l’individuazione di adeguati strumenti di informazione/comunicazione;
Un appuntamento di discussione approfondita sulle questioni del lavoro e del sindacato.

Riteniamo sia centrale, inoltre, proseguire e rafforzare la nostra iniziativa politica su alcuni grandi questioni che hanno a che fare con i danni causati dalle politiche di austerità:
•il piano per il lavoro e la conversione ecologica dell’economia e la nostra opposizione al Jobs Act;
•il tema del diritto all'abitare e la nostra opposizione al piano Lupi;
il sostegno attivo alla campagna Stop TTIP (Translatantic Trade and Investment Partnership);
•l'adesione alle manifestazioni nazionali del 28 giugno a Roma e dell'11 luglio a Torino, e alle mobilitazioni e a tutte le iniziative che, durante il semestre europeo di presidenza italiana, contesteranno l'Europa dell'austerità e del neo-liberismo per dare corpo all'idea dell'altra Europa.
•A mobilitarsi contro la guerra in Ucraina e la complicità di Usa e Ue con il governo di Kiev e con le forze neonaziste che lo sostengono, in solidarietà con le forze di sinistra, comuniste e antifasciste ucraine.
Le Feste di Liberazione sono un’occasione in cui organizzare iniziative e diffondere materiali su tali importanti temi.
Aderiamo all'importante manifestazione nazionale “Per un'Italia libera e onesta. Ripartiamo dalla Costituzione” che si terrà domani, lunedì 2 giugno a Modena, a difesa della democrazia e contro lo smantellamento dei principi costituzionali.
 
Documento approvato
con la maggioranza assoluta
dal Comitato Politico Nazionale
di Rifondazione Comunista

del 31/5 e 1/6 2014

8 maggio 2014

Buon 10° compleanno, Sinistra Europea!

 

«Il 9 maggio – dichiarano Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, e Fabio Amato, del segretariato della Sinistra Europea e candidato dell’Altra Europa con Tsipras – celebreremo il 10° anniversario della fondazione del Partito della Sinistra Europea, la formazione politica continentale che candida Alexis Tsipras a Presidente della Commissione UE e che fu fondata proprio a Roma il 9 maggio 2004. Ne fanno parte 28 formazioni politiche di tutto il continente e il suo gruppo parlamentare, il GUE, potrebbe diventare il terzo gruppo nel prossimo Parlamento europeo. Da sempre ha contrastato la costruzione neoliberista dell’Unione Europea, il suo carattere a-democratico e si batte per una rifondazione democratica e sociale dell’Europa».

Questo il programma della giornata:
 
Mattina del 9 Maggio, dalle 10 alle 12.00 hotel Nazionale in Piazza Montecitorio
Tavola rotonda

9 Maggio 2004- 9 Maggio 2014 Sinistra Europea, dieci anni dopo, le sfide per cambiare l’Europa”

con
Pierre Laurent-segretario nazionale PCF-Front De Gauche, Presidente Partito della Sinistra Europea

Maite Mola – PC Spagna, Izquierda Unida, Vice Presidente del Partito della Sinistra Europea
Paolo Ferrero – Segretario Nazionale PRC
Fabio Amato – Segretariato Sinistra Europea, responsabile Esteri PRC-candidato l’Altra Europa con Tsipras
Stelios Pappas – Coordinatore Dipartimento Europa Syriza
Walter Pomar – PT Brasile
Alfonso Gianni – fondazione Cercare ancora
Roberto Musacchio -  Associazione Altramente
Eleonora Forenza – segreteria PRC candidata l’Altra Europa con Tsipras
Toni Barbara- Ezquierda unida y alternativa Catalogna
coordina Giovanna Capelli – esecutivo Sinistra europea
Messaggio di Fausto Bertinotti
 
**************************
 
ore 12 CONFERENZA STAMPA: Le proposte della sinistra Europa contro l’austerità:
conferenza sul debito e piano per il lavoro.
 
**************************
 
dalle ore 18 alle ore 24 in piazza Campo dei Fiori
9 maggio 2004- 9 Maggio 2014 Buon compleanno Sinistra Europea
Basta austerità, basta neoliberismo: costruiamo l’Europa Sociale

 
Interventi di
FABIO AMATO coordinatore campagna sinistra europea per tsipras-candidato l’altra europa con tsipras
PAOLO FERRERO segretario nazionale PRC

PIERRE LAURENT segretario nazionale PCF- Front de Gauche Francia-Presidente Sinistra Europea
MAITE MOLA PCE- Izquierda Unida Spagna-vicepresidente SInistra Europea
STELIOS PAPPAS - Coordinatore Dipartimento Europa  Grecia
BARBARA SPINELLI- l’altra europa con Tsipras

WALTER POMAR PT Brasile
ELEONORA FORENZA-segreteria PRC candidata l’altra europa con Tsipras
CONCERTO DEI SEIOTTAVIrinogaetanotributeband

 
www.european-left.org;

7 maggio 2014
 

4 maggio 2014

Il rito funebre dell'orrenda controfigura del sindacato di Giuseppe Di Vittorio al servizio degli sfruttati. Dopo alcuni decenni di lamentoso servizio offerto agli sfruttatori e ai loro rappresentati politici degli ultimi governi, con questo congresso la Cgil usa l'autocertificazione per dichiararsi ente inutile (sulla scia di Cisl e Uil), e dannoso...... per i lavoratori stabili, i precari, i pensionati, i disoccupati! Il Che Fare di tanti come noi che ancora rappresentano sui luoghi di lavoro la genuina ragione sociale della Cgil

L'inutile congresso della Cgil e la fine del sindacato confederale! 

Come tutti i congressi sindacali degli ultimi anni, anche quello della Cgil, che si apre il 6 maggio a Rimini, sarà l’ennesimo stanco e inutile rituale. Eppure una sua particolarità questo appuntamento ce l’ha. E’ il primo dopo l’attraversamento dell’occhio del ciclone della crisi economica. Ci si sarebbe aspettato, da un sindacato che ama "fare il suo mestiere” una puntuale valutazione sugli effetti e, se possibile, anche un bilancio sull’azione del più grande sindacato dei lavoratori. E invece sarà la solita vetrina con parole buttate lì tanto per dire che “la casta non molla”. I titoli dei giornali saranno per gli ospiti, Mauro Moretti e, forse, il presidente del Consiglio Renzi, per qualche scaramuccia tra Camusso e Landini, peraltro già ampiamente consumata.

Un congresso inutile, che non ragiona sulla sconfitta della Cgil
La prima ragione di questo buco nella riflessione è che in realtà una vera e propria “azione” del sindacato non c’è stata. Non è tanto per le ore di sciopero e per le piattaforme costruite. E’ per quella scelta strategica tutta concentrata nella ricerca della sponda politica. Il risultato è stato lo zero assoluto. Sia con il governo Berlusconi che con gli altri, per finire con quello di Renzi, che ha addirittura sancito la fine di ogni “autorità salariale” la Cgil ha collezionato una serie impressionante di niet.

Con il centrosinistra in versione "Re Giorgio", è arrivata la certificazione della fine della busta paga. Ora c’è la carità. Patetico il richiamo ieri da Pordenone di Camusso Angeletti e Bonanni alla “fine degli effetti annuncio” da parte di palazzo Chigi. Gli annunci Renzi l’ha finiti da un pezzo. Ora è passato ai fatti. E i fatti sono sotto gli occhi di tutti: il sindacato serve solo a “portare la parola” dell’esecutivo tra i lavoratori. Sempre che i lavoratori lo vogliano ascoltare. Anche questo, infatti, dopo i congressi di base della Cgil non è più vero. E arriviamo qui all'altra nota dolente.

Accordo del 10 gennaio: l'ultraminoranza sindacale ha deciso per tutti
La Cgil presentandosi nei luoghi di lavoro è riuscita a racimolare una vera e propria “ultraminoranza” rispetto al numero degli iscritti. La controprova arriva dal voto al referendum sull’accordo del 10 gennaio, dove a deporre la scheda nell’urna sono stati appena 450mila lavoratori e lavoratrici. Fatte le dovute proporzioni, se anche gli iscritti di Cisl e Uil avessero votato, questo accordo sarebbe passato al massimo con poco meno di un milione di voti a favore, ad essere generosi. Un po’ poco, anzi decisamente inquietante, rispetto ai 24 milioni di lavoratori italiani, tra precari e dipendenti. Una esigua minoranza di meno del 5% ha deciso per le sorti della stragrande maggioranza su un accordo che se da una parte mette un freno alla presunzione delle aziende a decidere il proprio interlocutore, dall’altra paga il prezzo altissimo dell’esclusione di un’ampia fetta, quella di base, dalla rappresentanza. E lo fa nel modo più odioso, quello dell’autoreferenzialità. Questa sì che è una casta. Non era meglio, sulla rappresentanza, fare una legge? No, perché questo, sempre nella logica della strategia politica sopra delineata, avrebbe creato qualche problema di unità "interna" tra Cgil e Cisl.

Al di là delle polemiche, è chiaro che di per sé questo accordo rappresenta un altro segno della crisi del sindacato. E non è un caso che proprio su questo punto si consumerà lo scontro interno tra Cgil e Fiom. I metalmeccanici di Maurizio Landini sono in difficoltà, ma questo non vuol dire che accetteranno qualsiasi condizione posta dalla maggioranza, anzi. E né questa volta la soluzione possibile sarà una “equa” distribuzione degli incarichi dirigenziali.

La fine del sindacato confederale
Ma a preoccupare non è tanto la fine della Cgil, che comunque troverà il modo di sopravvivere a se stessa visto che l’accordo del 10 gennaio le regala una bella rendita di posizione. A preoccupare è la fine del sindacato confederale, che è poi l’essenza e la “ragione sociale” profonda del sindacato stesso. Stiamo parlando di unità dei lavoratori, ovvero del mestiere del sindacato, la cui radice etimologica è “stare insieme con giustizia”. Si va a grandi passi verso il modello Cisl, ovvero l’associazione dei lavoratori che somiglia sempre di più ad una agenzia di servizi. Il sindacato è solo un ragioniere che mette insieme le pratiche e le inoltra alla controparte.
La concertazione aveva decretato la fine della possibilità di mettere bocca nelle condizioni del lavoro e in gran parte della materia normativa. Oggi è finita anche l’era del salario, che la concertazione in qualche modo riusciva ancora a definire limitatamente ad alcune componenti. Il salario è finito. Oggi c’è la carità, nel perfetto equilibrio con il lavoro precario, a sua volta destrutturato dal lavoro volontario, come dimostra il caso clamoroso dell’Expo di Milano.

Ed ora tocca al pubblico impiego, guerra epocale
C’è da dire che proprio Susanna Camusso aveva fatto promesse mirabolanti proprio sul lavoro precario. Avrà il coraggio di un po’ di autocritica oppure continuerà nella stanca liturgia del destino “cinico e baro”?
Se nel lavoro privato la guerra è stata già combattuta, si tratta di contare i morti e i feriti sfruttando al massimo una fase, brevissima, di relativa calma, nel pubblico impiego si stanno concentrando le truppe per l’assalto finale. Qui il tema della carità salariale è ancora più cogente. E’ qui che il Governo dovrà produrre risultati concreti con l’arma della spending review. L’esecutivo è il dittatore assoluto di una “politica economica” combattuta a forza di tagli. E il capitolo più rilevante sono i tre milioni e passa di lavoratori. Ovviamente, non è vero che non ci saranno licenziamenti. Ma il punto non è questo. Il punto è capire come riuscire a contrastare una autorità che in forza della legge agirà come un bulldozer. Il punto è l’efficienza? Bene, ma chi decide? Decide Renzi. Ecco lo schema sostanziale di quello che accadrà nei prossimi mesi.


Fabio Sebastiani
4/5/2014 www.controlacrisi.org

30 aprile 2014

Basta austerità! Basta privatizzazioni! Appello per la costruzione di una manifestazione nazionale a Roma il 17 maggio

ACQUA, TERRA, REDDITO, CASA, LAVORO, BENI COMUNI, DIRITTI SOCIALI.

Una nuova stagione di privatizzazione dei beni comuni, di attacco ai diritti sociali e alla democrazia è alle porte.
Se la straordinaria vittoria referendaria del 2011 ha dimostrato la fine del consenso all’ideologia del “privato è bello”, e se la miriade di conflittualità aperte sulla difesa dei beni comuni e la difesa dei territori suggeriscono la possibilità e l’urgenza di un altro modello sociale, la crisi, costruita attorno alla trappola del debito pubblico, ha riproposto con forza e ferocia l’ideologia del “privato è obbligatorio e ineluttabile”.
L’obiettivo è chiaro: consentire all’enorme massa di denaro accumulata sui mercati finanziari di potersi impossessare della ricchezza sociale del Paese, imponendo un modello produttivo contaminante, mercificando i beni comuni e alienando i diritti di tutti.
Le conseguenze sono altrettanto chiare: un drammatico impoverimento di ampie fasce della popolazione, sottoposte a perdita del lavoro, del reddito, della possibilità di accesso ai servizi, ai danni ambientali e ai conseguenti impatti sulla salute, con preoccupanti segnali di diffusione di disperazione individuale e sociale.
Il Governo Renzi, sostenuto dall’imponente grancassa dei mass-media e in piena continuità con gli esecutivi precedenti, sta accelerando l’approfondimento delle politiche liberiste, rendendo irreversibile, attraverso il decreto Poletti e il Job Act, la precarietà del lavoro e della vita delle persone; continuando a comprimere gli spazi democratici delle comunità costrette a subire gli effetti delle devastazioni ambientali, delle grandi opere, dei grandi eventi e delle speculazione finanziaria e immobiliare; mettendo a rischio, attraverso i tagli alla spesa, il diritto alla salute, alla scuola e all’università, e la conservazione della natura e delle risorse.
Dentro questo disegno, viene messa in discussione la stessa democrazia, con una nuova spinta neoautoritaria che toglie rappresentatività alle istituzioni legislative (in particolare la nuova legge elettorale “Italicum”) ed aumenta i poteri del Governo e del Presidente del Consiglio, e con l’attacco alla funzione pubblica e sociale degli enti locali.
Tutto ciò in piena sudditanza con i vincoli dell’elite politico-finanziarie che governano l’Unione Europea e che, le politiche di austerità, i vincoli monetaristi imposti dalla BCE, il patto di stabilità, il fiscal compact e l’imminente trattato di libero scambio USA-UE (TTIP), cercano di imporre la fine di qualsivoglia stato sociale e la piena mercificazione dei beni comuni.
A tutto questo è giunto il momento di dire basta.
In questi anni, dentro le conflittualità aperte in questo paese, sono maturate esperienze di lotta molteplici e variegate ma tutte accomunate da un comune sentire: non vi sarà alcuna uscita dalla crisi che non passi attraverso una mobilitazione sociale diffusa per la riappropriazione sociale dei beni comuni, della gestione dei territori, della ricchezza sociale prodotta, di una nuova democrazia partecipativa.
Sono esperienze che, mentre producono importantissime resistenze sui temi dell’acqua, dei beni comuni e della difesa del territorio, dell’autodeterminazione alimentare, del diritto all’istruzione, alla salute e all’abitare, del contrasto alla precarietà della vita e alla mercificazione della società, prefigurano la possibilità di una radicale inversione di rotta e la costruzione di un altro modello sociale e di democrazia.
Vogliamo fermare la nuova stagione di privatizzazioni, precarietà e devastazione ambientale.
Vogliamo costruire assieme un nuovo futuro.
Vogliamo collegarci alle diffuse mobilitazioni europee, per affermare la difesa dei beni comuni nella dimensione continentale, a partire dal semestre italiano di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea.
Vogliamo costruire un appuntamento collettivo che nasca in ogni territorio dentro momenti di confronto e iniziative reticolari, che, a partire da oggi, mettano in campo reti e associazioni, comitati, movimenti e organizzazioni sociali per arrivare tutte e tutti assieme ad una grande manifestazione nazionale a Roma per sabato 17 Maggio, con partenza da Piazza della Repubblica alle ore 14.00.
> Stop privatizzazioni – Stop precarietà – Stop devastazione ambientale
> Per la riappropriazione sociale dell’acqua, dei beni comuni, del territorio
> Per la difesa e l’estensione dei servizi pubblici e dei diritti sociali
> Stop fiscal compact – Stop pareggio di bilancio e patto di stabilità – Stop TTIP
> Per la riappropriazione delle risorse e della ricchezza sociale
> Per la difesa e l’estensione della democrazia

http://17maggio.noblogs.org

27 aprile 2014

Il 27 aprile 1937 moriva Antonio Gramsci. Sempre vivo nel cuore e nella testa di chi ha imparato dalla storia, per cambiare il presente e costruire il futuro.


Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Il 25 aprile che non sarà raccontato

Migliaia di persone hanno sfilato a Roma e Torino. Alla parata ufficiale romana giovani palestrati sionisti aggrediscono i palestinesi

 
Circa 3000 persone hanno attraversato questa mattina i quartieri più popolari di Roma Est, da piazza delle Camelie a Centocelle, dove c’è la lapide in ricordo dei partigiani, al Casilino al Quarticciolo e al Prenestino fino ad arrivare al lago "liberato" dell’ex Snia. Un 25 Aprile "periferico" per ricordare che la Resistenza, a Roma, è stata fatta anche nei quartieri più popolari, e continua giorno dopo giorno. Quei pochi negozi aperti non hanno chiuso al passaggio del corteo, e questo vorrà dire pur qualcosa.

C’erano le donne in lotta per far riaprire i consultori familiari, c’erano tanti bambini e bambine, c’erano quelli di "Stop sfratti e sgomberi" (il corteo ha sostato un po’ all’altezza di via delle Acacie, dove c’è il palazzo occupato di diverse famiglie ma sgomberato dalla polizia tre giorni fa), tanti e tante migranti, la comunità bengalese, la comunità kurda con le loro bandiere, le realtà del territorio da anni in lotta per liberare l’area del lago dell’ex Snia e renderla un parco pubblico. Ci sono i colori, il ritmo della Murga e la musica della banda degli ottoni. Una piccola moltitudine che ha risposto alla convocazione di una serie di associazioni e comitati uniti sotto la sigla "Antifascisti/e Roma Est".

«70 anni fa, a Roma, i quartieri popolari si sono distinti nella lotta di Resistenza contro gli occupanti nazisti e contro il fascismo - si legge sul loro comunicato - L’organizzazione clandestina e la cospirazione hanno saputo tessere una fitta rete di solidarietà capace di sostenere la guerriglia partigiana e liberare autonomamente questi quartieri». Le organizzatrici e gli organizzatori rivendicano con orgoglio che oggi la Resistenza continua nelle lotte sociali e che «il 25 Aprile è innanzitutto una occasione per riconoscerci nelle strade, consapevoli che le tante resistenze territoriali e quelle dei lavoratori fanno parte di un’unica lotta contro chi ci vorrebbe, oggi come ieri, sudditi ubbidienti e sfruttati. Ieri il capitalismo corporativo dello stato fascista, oggi quello liberista e democratico dell’Unione Europea. Rilanciare la lotta partigiana oggi significa combattere per rivoltare il mondo partendo dai nostri territori».

Mentre il corteo iniziava la sua marcia sono cominciate ad arrivare le voci di quello che stava avvenendo all’ombra del Colosseo: «la comunità ebraica non vuole le bandiere palestinesi nel corteo, vogliono cacciare i palestinesi e chi li sostiene». Sapremo poi il modo vergognoso del come è andata, ma un ragazzo kurdo che sventola la sua bandiera con l’immagine di Ocalan sussurra: «Se venivamo qua le loro bandiere potevano sventolare accanto alle nostre».

All’arrivo nell’area che ospitava l’antica fabbrica della Snia Viscosa il grande cancello dove entravano le operai è aperto ed è possibile raggiungere il lago, ormai diventato il lago dell’ex Snia. Attraversiamo questa zona di archeologia industriale e arriviamo ad una vasta area vede che si affaccia sullo specchio d’acqua. «Per questo 25 Aprile - dicono gli organizzatori - abbiamo voluto liberare il lago dell’ex Snia, un’area pubblica sequestrata al palazzinaro Pulcini che qui voleva costruire quattro grattacieli ma che noi vogliamo parco pubblico. Una speculazione fermata dalla rivolta delle comunità resistenti di Roma Est».

Il corteo ufficiale ha visto, invece, la provocazione alla delegazione palestinese e alle reti solidali con la Palestina mentre quello spezzone di manifestanti si stava concentrando al Colosseo per partecipare come tutti gli anni alle manifestazioni che celebrano la Resistenza al nazifascismo. L’aggressione è stata opera di una quarantina di squadristi, giovanotti palestrati tra i 25 e i 40 anni, li definiscono i testimoni, provenienti dalla comunità ebraica romana, «non nuovi ad episodi di aggressione come questa» che hanno dato luogo a «un corpo a corpo impar» tra gli energumeni, da una parte, donne, manifestanti anche di una certà età, attivisti, dall’altra.
Le forze di polizia si sono schierate in mezzo - rivolte contro gli aggrediti e non contro gli aggressori. «Questo fatto ha consentito agli squadristi di agire a proprio piacimento, con incursioni che - passando in mezzo alla fila degli agenti - prelevavano gli attivisti filopalestinesi e li trascinavano tra le loro file per essere pestati».

L’Anpi, egemonizzata ormai da esponenti del Pd, ha fatto partire lo stesso il corteo - con lo striscione e la bandiera israeliana ben visibili e "scortata" dai gorilla palestrati - ed consentito alla polizia di bloccare lo spezzone con le bandiere palestinesi a cui, in segno di solidarietà, si sono uniti altri gruppi di manifestanti - esponenti del Pdci, Prc, Pcl e altri - e un circolo dell’Anpi (quello universitario dedicato a Walter Rossi). Il Forum Palestina scrive che dieci giorni fa c’era stato un incontro tra palestinesi, reti solidali e Anpi per concordare la partecipazione a questo corteo ma in strada l’ha spuntata la linea di chi ha issato «la bandiera dell’oppressione, quella dello Stato di Israele e non solo quella della brigata Ebraica che ha invece titolo per essere nella manifestazione».

Ma lo spezzone con le bandiere palestinesi è arrivato comunque a Porta San Paolo ed è diventato uno spezzone numerosissimo e partecipato. «Le intimidazioni evidentemente non hanno funzionato». Un nuovo episodio da aggiungere al lungo dossier sull’impunità da parte di polizia e magistratura di cui gode lo squadrismo nella città di Roma. Anche quello in azione oggi.

Centinaia di chilometri più a nord, a Milano, in Piazza Affari, la Lista Tsipras ha dato inizio alla campagna elettorale per le elezioni europee proprio nel giorno della Liberazione della città dal giogo nazifascista. «Una folla colorata di bandiere rosse empie la piazza - scrive Nicoletta Dosio, esponente No Tav e candidata a Nord Ovest - Sul palco si susseguono gli interventi dei candidati, c’è musica; vecchi compagni e nuovi amici si incontrano, si riconoscono, si abbracciano. In questo luogo acquistano materiale evidenza le due Europe: quella della troika e del fiscal compact, di cui sono emanazione e, insieme, metafora gli incombenti palazzi della Borsa, l’enorme mano marmorea che, al centro della piazza, punta contro il cielo un irriverente dito medio, segno del potere arrogante e cinico che "usa e getta", irridendo ogni solidarietà e senso di responsabilità umana e naturale; e l’altra Europa, quella degli oppressi e degli sfruttati, della natura che muore e del futuro negato. Si alza la festa, si canta la Resistenza, tutta la piazza danza il sirtaki. Da qualche parte la buona vecchia talpa della storia è al lavoro e presto vedrà la luce... Ce n’est qu’un debut, continuons le combat!».

Nella sua Bussoleno, una giornata intera dedicata alla Resistenza, a chi ha resistito e a chi resiste ancora, si terrà domani, 26 aprile. Dal mattino fino alla sera, da mangiare e da bere, dibattiti, banchetti informativi, gadgets, musica, magie, spettacoli e giochi per i grandi e i bambini all’insegna della solidarietà e della lotta, come nella tradizione notav, dove nessuno rimane solo, neanche in un carcere.
Sono stati gli zingari rom di un campo abusivo in via di smantellamento a consentire oggi a Torino la riuscita di una commemorazione del 25 Aprile. È avvenuto nel quartiere Barriera di Milano, davanti al monumento dedicato al partigiano Franco Milone. Qui la Circoscrizione 6 e l’Anpi avevano organizzato una cerimonia ma, al momento di iniziare, si sono accorti che il generatore di energia era guasto. A quel punto sono stati i rom a offrire la loro attrezzatura e la commemorazione si è svolta regolarmente. Ieri, 24 aprile, la partenza del corteo ufficiale ha visto la contestazione per la presenza di Fassino e Chiamparino, la polizia è intervenuta per contenere i manifestanti e poi lungo via Cernaia ha chiuso una parte dei No Tav contro un muro per mettere un po’ di distanza coi due alti papaveri del PD. Un corteo di diverse centinaia di persone, tra cui bambini, anziani, occupanti e migranti, ha percorso oggi le vie del borgo San Paolo.

Il corteo si è fermato a porgere i fiori alla lapide di Giaretti Eugenio, combattente della quarta divisione Garibaldi. Nel gennaio 1945 venne fermato da ufficiali dei Rap in via Monginevro all’angolo con corso Racconigi, messo al muro e colpito con una scarica di mitra. Il giorno dopo è stato prelevato dall’ospedale Mauriziano e rinchiuso nell’albergo Sitea, dove è stato torturato per una settimana dai fascisti. In seguito il corteo ha fatto tappa allo stabilimento storico della Lancia, dove fin dal 1943 agivano numerose squadre dei SAP e il 25 aprile 1945 proprio questa fabbrica di via Monginevro, 99 è stata scelta come la sede del comando militare durante l’insurrezione. «Un luogo che oggi è devastato - si legge sul sito Infoaut - dalla speculazione e dallo sfruttamento del territorio dei soliti palazzinari che non si sono fatti troppi problemi nel rimuovere la lapide del partigiano Nazzareno Maffiodo durante l’abbattimento della fabbrica». L’anno scorso gli antifascisti del borgo hanno rimesso la lapide che è stata onorata anche oggi. Tappa finale è stata in via San Bernardino, 14 dove è stato ricordato Dante Di Nanni, giovane gappista che si è difeso coraggiosamente fino all’ultimo dall’attacco della polizia fascista. Evidente la connessione del corteo con le lotte No Tav e contro i teoremi che provano a criminalizzarle con la surreale accusa di terrorismo per Chiara, Mattia, Claudio, Niccolò, Davide, Paolo, Forgi, detenuti in attesa di un processo che inizierà in un’aula bunker blindata il 22 maggio.

Per celebrare la ricorrenza del 25 aprile, alcuni attivisti NoTav-Terzo Valico hanno simbolicamente abbattuto oggi alcune recinzioni di due aree dove sorgeranno due cantieri della futura linea ferroviaria a Pozzolo Formigaro e ad Arquata Scrivia, in provincia di Alessandria. Lo ha reso noto lo stesso movimento NoTav-Terzo valico, precisando che con il loro gesto gli attivisti hanno voluto «onorare la giornata del 25 aprile: ieri partigiani, oggi No Tav».

di : Marina Zenobio e Checchino Antonini
sabato 26 aprile 2014
http://popoff.globalist.it/Secure/D...

21 aprile 2014

La ricetta del Def è un connubio perverso di “austerità espansiva” e “precarietà espansiva”. Una miscela che gioca a favore dei populismi europei e contro l’Europa stessa

Il Def e la teoria della “precarietà espansiva

Vi sono molti interrogativi e contraddizioni che emergono dal Def 2014 presentato dal Governo Renzi la scorsa settimana (http://www.tesoro.it/doc-finanza-pubblica/def/). Tra le tante criticità (http://ilmanifesto.it/la-finanziaria-della-continuita-per-il-def-una-sonora-bocciatura/), ci occupiamo qui di un aspetto che riguarda la fotografia del paese che il Def 2014 ci consegna, e le fonti della non-crescita che mette in campo (1).
La fotografia di un paese che fatica a crescere
Il documento programmatico da un lato fotografa un paese che faticherà assai a crescere negli anni a venire, che al 2018 non avrà recuperato la perdita di 9 punti percentuali di reddito accumulati dall’inizio della crisi, il 2008, e quindi si allontanerà ancor di più dall’Europa continentale che crescerà ben sopra l’1,5%, cioè la crescita media prevista per l’Eurozona. Il Def 2014 prevede una crescita dello 0,8% nel 2014, quando solo a dicembre 2013 era stata fissata dal governo Letta all’1,1%, ma già allora le istituzioni internazionali prevedevano tale scenario dello 0,8%, ed oggi lo hanno abbassato allo 0,6%. Il Def 2014 quindi rivede al ribasso le stime di quattro mesi orsono, ma non quanto altri organismi internazionali fanno, ultimo la settimana scorsa il Fondo Monetario Internazionale. Il Def 2014 rivede al ribasso anche le stime per il 2015 e 2016 (1,3% e 1,6% contro il 2% del governo Letta), mentre si spinge ottimisticamente all’1,8% e 1,9% per il 2017 e 2018.
Le componenti della domanda che sosterrebbero la crescita sarebbero gli investimenti privati che viaggiano a tassi di crescita crescenti dal 2% del 2014 al quasi 4% nel 2018 e le esportazioni che si mantengono sempre sopra il 4% annuo, che pareggiano però con le importazioni per cui il saldo commerciale rimane pressoché invariato nel tempo attestandosi su una percentuale positiva dell’1,5% circa del Pil, mentre per l’Eurozona si prevede un 2,5% ed un oltre il 6% per la Germania sempre più mercantilista. I consumi delle famiglie faticano invece a tenersi vicino all’1% di crescita se non alla fine del periodo, nel 2018, mentre la spesa pubblica contribuisce quasi nulla alla crescita, “azzoppata” presumiamo dalla spending review che a regime nel 2016 deve realizzare risparmi di 32 miliardi. Peraltro con un avanzo primario della finanza pubblica che per compensare la quota degli interessi (in media sul 5% del Pil) arriva appunto al 5% del Pil nel 2018, e che si mantiene sopra il 4% nel 2016-2017, sopra il 3% nel 2015, e sopra il 2,5% nel 2014, sarebbe ben strano che lo strumento keynesiano per eccellenza potesse spingere il reddito verso l’alto. D’altronde, le regole del “rigore ad ogni costo” son ferree ed assai poco ammorbidite dai viaggi di Renzi prima in Germania e poi al Consiglio Europeo: il pareggio di bilancio strutturale viene quasi raggiunto nel 2015 (-0,1% del Pil), assicurato negli anni successivi sino al 2018, mentre per il 2014 siamo ancora sotto di oltre mezzo punto percentuale, anche perché il deficit sul Pil non diminuisce così tanto quanto raccomanda la Commissione per ridurre il debito che infatti cresce alla soglia del 135% nel 2014 per attestarsi poi al 120% nel 2018. Si intravvede così un primo rinvio del raggiungimento dell’obiettivo di medio termine imposto dal Fiscal Compact, ed anche ricordiamolo dall’articolo 81 della nostra Costituzione che impone il bilancio in pareggio (corretto dal ciclo) già per il 2014.
Un modello trainato da esportazioni e investimenti ma senza domanda interna
Sul fronte della crescita colpiscono però le dinamiche delle esportazioni e degli investimenti delle imprese. Le prime passano da un misero 0,1% di crescita del 2013 al 4% del 2014, e in modo cumulativo al +20,8% al 2018. Tuttavia, ancor maggiore è il salto per gli investimenti. Questi crescerebbero ad un tasso superiore al 2% nel 2014, sopra il 3% annuo, che cumulando fa +16,2% al 2018, quando nel 2013 sono scesi del 4,7%. Una autentica accelerazione indotta dagli animal spirits che sembrano destare dal torpore i nostri imprenditori, i quali si erano assopiti negli anni della crisi facendo segnare una decrescita dei loro investimenti di oltre il 27%. Per la verità, la dinamica degli investimenti non era eccellente neppure prima della crisi, se è vero che il tasso di accumulazione non ha mai superato il 2% annuo anche negli anni floridi post nascita dell’Euro, anzi è progressivamente diminuito sino al 2008, per poi crollare a valori negativi.
A cosa attribuire questo slancio vitale dell’economia italiana export-led e investment-led in un contesto di quasi stazionarietà di consumi delle famiglie e della componente pubblica della spesa aggregata?
Le prospettive del commercio internazionale sono dipinte come favorevoli nel Def 2014, ma non certo con dinamiche analoghe a quelle degli anni pre-crisi, anche perché le nubi all’orizzonte nella crescita dei paesi emergenti ed in quelli in via di sviluppo si sono pericolosamente avvicinate portando con sé un flusso consistente di capitale finanziario verso il vecchio continente nonostante i deboli segnali della sua crescita relativa ed i forti segnali di fragilità dei suoi debiti privati e di quelli sovrani. Inoltre il cambio dell’Euro non appare favorevole, e nel medio periodo non sembrano esservi segnali di un suo deprezzamento, anzi tutt’altro, prevalgono le forze verso ulteriori apprezzamenti che penalizzano la competitività del made in Europe ed in particolare del made in Italy che tende purtroppo più di altri a competere sul prezzo dei prodotti più che sul loro contenuto tecnologico.
La competitività italiana in tale contesto dovrebbe quindi trarre le sue motivazioni da una discesa relativa dei costi e quindi dei prezzi interni, da un controllo della dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto (l’onnipresente Clup), e quindi delle sue componenti, il costo del lavoro al numeratore e la produttività al denominatore. Il Def 2014 prospetta un paese che dovrebbe anche trarre vantaggio dalle misure che il governo intende assumere ed ha già iniziato ad assumere nel 2014 ed oltre, essendo tenuto a realizzare oltre al consolidamento fiscale anche le riforme strutturali, che significa più concorrenza sui mercati, in quello del lavoro in particolare.
Flessibilità del lavoro, liberalizzazioni e semplificazioni: la crescita è tutta qui
È interessante allora porre l’attenzione anzitutto sugli effetti che tali riforme programmate dal governo producono nell’economia. Le sorprese non sembrano mancare. Gli effetti macro degli interventi appaiono risibili nel 2014: i sette interventi (2) di cui nel Def 2014 vengono studiati gli effetti quantitativi producono nel 2014 un +0,3% di crescita sul reddito, ed un +0,2% di crescita sull’occupazione. Le riforme sul mercato del lavoro e le liberalizzazioni e semplificazioni spiegano da sole tutto l’impatto sul reddito, le riforme sul lavoro tutto quello sull’occupazione, mentre gli effetti delle detrazioni Irpef sono annullate dal modo scelto per finanziarle (spending review). Gli altri interventi, compreso il pagamento dei debiti commerciali della PA e la riduzione dell’Irap, sono ad impatto nullo (3). Per registrare effetti consistenti occorre aspettare il 2018, con un contributo degli interventi pari a ben +2,4% nella crescita del Pil (+1,3% sull’occupazione). Ma anche al 2018, sono le riforme del lavoro ed il binomio liberalizzazioni/semplificazioni che spiegano quasi ben i 3/4 di questo impatto su reddito e occupazione, lasciando un qualche spazio alle detrazioni Irpef i cui effetti non vengono annullati nel medio periodo dalla spending review. Nel medio periodo, gli effetti cumulati dal 2014 al 2018 sarebbero pari a +6,6% sul reddito e +3,3% sull’occupazione. Sul reddito rimarremmo sotto di quasi 3 punti percentuali tenendo conto che ne abbiamo persi 9 nella crisi (2008-2013). Sull’occupazione il gap negativo sarebbe minore, avendo perso nella crisi 3 punti percentuali, ma nel 2018 il tasso di occupazione è previsto al 57,4%, sotto il livello del 58,7% del 2007 (55,5% previsto per il 2014). Inoltre, la disoccupazione, quella ufficiale, non riuscirebbe a ritornare sotto la soglia “simbolica” del 10% neppure nel 2018, dal 13% prevista per il 2014, quando era invece il 6% prima della crisi, nel 2007.
Gli interventi di cui si registrano i maggiori impatti sono quindi le politiche di liberalizzazione del mercato del lavoro e dei beni e quelle di semplificazione normativa, che sono riforme realizzate a “costo zero”, senza risorse aggiuntive da parte del soggetto pubblico. In particolare sul mercato del lavoro si tratta per il governo Renzi del decreto Poletti sul contratto a termine e sull’apprendistato e degli eventuali provvedimenti prospettati con il Jobs Act, che, come esplicitato nel disegno di legge di aprile, non comportano oneri aggiuntivi per le finanze pubbliche anche per quegli interventi di riordino degli ammortizzatori sociali ed estensione del sussidio di disoccupazione, nonché per le politiche attive del lavoro e per quelle di contrasto alla povertà. Appaiono nulli nel breve periodo e comunque secondari nel medio periodo gli impatti degli interventi di stimolo alla domanda interna, via alleggerimenti fiscali per le famiglie, oppure alla domanda estera, via maggiore competitività di costo e prezzo per le imprese con riduzione cuneo fiscale. Interventi di sostegno della domanda pubblica non sono previsti, anzi la spending review implica effetti negativi sulle componenti della domanda aggregata. Neppure politiche industriali o di sostegno all’innovazione sono previsti, a meno che si voglia considerare le privatizzazioni come unica via di politica industriale, peraltro che frutterebbe alla finanza pubblica circa 11 miliardi nel triennio 2014-2016 che vanno a copertura della riduzione del deficit e del debito pubblico.
A questi interventi vengono comunque attribuiti effetti a dir poco sorprendenti sulla competitività del sistema produttivo italiano. Mentre la dinamica dei prezzi interni si mantiene al di sotto del target inflazionistico della BCE (1,5% contro il target 2%), facendo comunque intravvedere un contrasto forte alla concreta presenza attuale della deflazione (anche se i recenti allarmi della BCE che annuncia politiche di quantitative easing lasciano presagire una non facile contrasto alla deflazione) (4), la crescita del costo del lavoro viene contenuta sotto l’1,5% annuo e la crescita del Clup ben 1 punto percentuale al di sotto di questo livello (al 2018 il Clup cresce solo dello 0,5%). Il raggiungimento di questo obiettivo si deve alla dinamica della produttività del lavoro che appare sorprendentemente “schizzare” verso la soglia dell’1% annuo al 2018 con una progressione costante dopo un sorprendente “balzo” iniziale (+1%) nel 2014 merito in parte della caduta dell’occupazione.
Il dilemma della produttività
È davvero peculiare questo risultato della produttività del lavoro italiana, se valutata alla luce di due considerazioni.
Negli anni 2014-2018 si prospetta una crescita cumulata della produttività pari a ben 4 punti percentuali, che non sarebbe certo elevata se comparata a quella ben maggiore dei principali concorrenti europei, ma certo sorprendente qualora la si raffronti con il tasso di crescita della produttività del lavoro italiana negli anni 2000-2012 che è stata pari a 0,03% annuo, per segnare uno 0% “spaccato” nel 2013. E non sembra andare meglio per la produttività totale dei fattori, lavoro e capitale assieme, che anche essa si attesta a crescita “zero” negli anni dell’euro grazie alla pessima dinamica dell’investimento e del rapporto capitale/lavoro (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Decreto-lavoro-dal-declino-al-baratro-23478).
Cosa mai potrà determinare tale inversione di marcia dal 2014 in poi è per noi un mistero, se non il motto renziano “cambiare verso!”, oppure una “non-crescita assoluta” dell’occupazione?
Non intravvediamo interventi ed impegni di risorse e neppure annunci, peraltro “a costo zero” per ora, per politiche di sostegno all’innovazione, tecnologica, organizzativa, istruzione e formazione, per le politiche industriali, di settore, filiera e quant’altro, da parte del governo, fautrici di uno balzo “produttivistico” del nostro sistema industriale. L’unica politica annunciata che vediamo all’opera per ora è quella della deregolamentazione del mercato, del lavoro in particolare con il decreto Poletti ed il Jobs Act presentato al Parlamento, il quale peraltro è stato vanificato rispetto alla “versione per titoli” dell’8 gennaio 2014 (5) proprio nella sue potenziali componenti di “politiche industriali”. La strada della deregolamentazione del mercato del lavoro appare invece del tutto in continuità con le politiche di flessibilità del lavoro che sono in auge dagli anni novanta in Italia, ad iniziare dalla legge Treu del 1997, passando per la legge Maroni del 2003, sino agli interventi e gli indirizzi targati Sacconi più recenti, per giungere alla legge Fornero del 2012 che è intervenuta sulle uscite dopo che le riforme precedenti avevano liberalizzato gli ingressi (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Jobs-Act-cosi-l-eccezione-diventa-la-regola-23702).
Tuttavia, non è solo il confronto con la dinamica della produttività negli anni dell’euro a rendere poco credibili le previsioni del Def 2014, ma sono soprattutto i fatti stilizzati che contrastano con gli effetti “salvifici” attribuiti alle politiche di deregolamentazione del lavoro. Infatti, l’introduzione di maggiore flessibilità del lavoro, via deregolamentazione e liberalizzazione del mercato, che si traduce nella riduzione delle tutele del lavoro, non si associa a maggiore occupazione, minore disoccupazione, maggiore probabilità di stabilità dei rapporti di lavoro, maggiori retribuzioni, ma neppure a maggiore produttività. Anzi, l’evidenza empirica va in direzione opposta: deregolamentazione e liberalizzazione inducono minore crescita della produttività del lavoro (http://keynesblog.com/2013/03/20/produttivita-e-regimi-di-protezione-del-lavoro/).
Il lavoro flessibile meno tutelato, la diffusione di relazioni contrattuali che rendono più instabili i rapporti di lavoro induce le imprese ad investire meno sulla formazione, sulla innovazione organizzativa dei luoghi di lavoro, sull’innovazione tecnologica e spinge le stesse a concorrere sulla riduzione dei costi piuttosto che sulla qualità del lavoro e del prodotto, sulla sua intensità tecnologica. La crescita delle imprese che innovano è anzi frenata dalla concorrenza sui costi esercitata delle imprese che non innovano e che utilizzano lavoro flessibile, a bassa produttività e bassa retribuzione. La deregolamentazione del lavoro introduce incentivi distorti per le imprese, che ne modificano i comportamenti e comportano un peggioramento della dinamica della produttività, anziché una sua crescita. È ciò che è avvenuto in Italia dagli anni novanta: la crescente flessibilizzazione del mercato del lavoro non ha contrastato il declino della produttività, anzi ha contribuito a determinare quella “trappola della stagnazione della produttività” nella quale siamo immersi da oltre dieci anni (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/L-Italia-e-la-trappola-della-produttivita-21109)(6).
È quindi impensabile che ancor maggiori dosi di flessibilità possano curare il malato. La logica distorta del medico insipiente vuole che se con una cura dai deboli e dubbi effetti positivi non si intravvede la guarigione del malato, anzi lo si vede peggiorare, invece di cambiare la diagnosi e quindi migliorare la prognosi, si somministrino dosi ancor maggiori del letale medicamento, che a dosi crescenti intossica completamente il paziente. La flessibilità rischia poi di avere effetti analoghi ad una droga, più la prendi, più ne diventi dipendente, più difficile è rinunciarvi, e al contempo ti indebolisce fino a farti schiattare (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Le-raccomandazioni-perverse-21659).
Oggi che si dovrebbe finalmente abbandonare la fallimentare via dell’“austerità espansiva”, vi è davvero chi progetta invece di perseguire la via della “precarietà espansiva”?
La ricetta che ci raccomanda l’Europa delle tecnocrazie, e che l’Italia fa sua con il Def 2014, è purtroppo un connubio perverso di “austerità espansiva” e “precarietà espansiva”. Consolidamento fiscale e riforme strutturali vengono declinate a senso unico in termini di tagli alla spesa pubblica ed al welfare sociale, di svalutazione del lavoro, indebolimento progressivo della contrattazione collettiva, precarizzazione del lavoro, contenimento dei salari, tutti fattori che assieme deprimono la domanda interna, abbassano la crescita, riducono l’occupazione ed accrescono il debito. Tutto ciò favorisce anche le divergenze tra nazioni e le divisioni tra i popoli. Una miscela esplosiva che gioca a favore dei populismi europei, di ogni natura ed in ogni paese, e contro l’Europa stessa.
Non sarebbe il caso a questo punto di rivedere la diagnosi e quindi finalmente cambiare prognosi, rinunciando alla droga, prima che il popolo-malato si ribelli e “rottami” anche questo medico fiorentino?
 
1 Non toccheremo quindi ad esempio il problema delle coperture degli interventi annunciati, se strutturali o una tantum, e della loro solidità, anche se questo aspetto può avere riflessi significativi sui temi che qui discutiamo.
2 Essi sono: 1) aumento detrazioni Irpef (6,6 miliardi nel 2014, 10 miliardi a regime); 2) riduzioni del 10% (5%) Irap, finanziata per metà (5%) con 3) tassazione rendite finanziarie; 4) spending review (4,5 miliardi nel 2014, 17 nel 2015, 32 nel 2016 a regime); 5) pagamento debiti commerciali (13 miliardi nel 2014, oltre ai 47 già stanziati nel 2013 – rimarrebbero scoperti ancora 31 miliardi per arrivare ai 91 stimati da Banca d’Italia); 6) liberalizzazioni e semplificazioni; 7) interventi sul mercato del lavoro (dalle modifiche della riforma Fornero del 2012 al Jobs Act del governo Renzi). Si veda tab.I.1, p.67 del PNR 2014, sez.III, parte prima. Gli effetti di altri provvedimenti quali le risorse per l’edilizia scolastica (2 miliardi per il 2014, coperture incerte), riduzione del 10% del costo dell’energia per le piccole e medie imprese (coperta da una rimodulazione della bolletta energetica a costo zero per la finanza pubblica, che quindi si scaricherà sugli utenti), rifinanziamento Fondo Centrale di Garanzia per il credito alle piccole e medie imprese (670 milioni nel 2014 e 2 miliardi nel triennio, senza indicazioni di copertura), edilizia residenziale (1,3 miliardi nel 2014, con coperture incerte), privatizzazioni (0,7% del Pil, pari a circa 11,2 miliardi di entrate per la finanza pubblica), riassetto idrogeologico del territorio (1,5 miliardi nel 2014, con coperture incerte), non vengono studiati. Questi interventi erano stati annunciati nella conferenza del 12 marzo 2014, con impegni finanziari superiori a quelli ora indicati, mentre altri annunciati non trovano conferma nel Def 2014.
3 Sugli investimenti l’effetto nel 2014 è maggiore (+0,9%), spiegato quasi totalmente dalle liberalizzazioni e semplificazioni (0,7%) ed in minor misura dai pagamenti dei debiti PA (+0,2%). Al 2018 l’effetto diviene quasi strabiliante con un +4,6%, spiegato sempre da liberalizzazioni e semplificazioni (+1,9%) e dal pagamento dei debiti PA (+1,6%), a cui si aggiunge ora l’effetto detrazioni Irpef (+1,6%) compensato in parte dall’effetto negativospending review (-0,6%). Gli effetti di riduzione Irap rimangono risibili. È interessante notare che gli effetti detrazione Irpef risultano maggiori sugli investimenti che sui consumi (+0,8%), ad indicare forse effetti moltiplicativi keynesiani davvero accelerativi sugli animal spirits(oppure bizzarri risultati econometrici)! Sui consumi delle famiglie invece gli effetti dei provvedimenti sono modesti, +0,4% nel 2014 (interamente attribuiti alle riforme del mercato del lavoro), se non nel medio periodo al 2018 (2,1%), con più di metà dell’impatto (1,1%) che viene attribuito alle riforme sul mercato del lavoro, oltre agli effetti detrazioni Irpef di cui sopra.
4 In presenza di bassa inflazione, o addirittura deflazione, recuperare competitività via contenimento dei prezzi alla produzione è impresa comunque impossibile, dato che i margini di recupero sono strettissimi con un’inflazione dell’Eurozona poco sopra lo 0%. Solo una discesa dei salari monetari potrebbe contentirlo.
5 Si veda eNEWS 381 di Matteo Renzi, non più disponibile nel sito originariohttp://www.matteorenzi.it/enews-381-8-gennaio-2014/, ma rintracciabile qui:http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-09/la-e-news-renzi-jobs-act-125157.shtml?uuid=ABizPao.
6 Recentemente, anche il Governatore della Banca d’Italia ha avuto modo di affermare: “[…] studi della Banca d’Italia mostrano come rapporti di lavoro più stabili possano stimolare l’accumulazione di capitale umano, incentivando i lavoratori ad acquisire competenze specifiche all’attività dell’impresa. Si rafforzerebbero l’intensità dell’attività innovativa e, in ultima istanza, la dinamica della produttività” (http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2014/visco-bari-290314/visco-bari290314.pdf). Inoltre, mentre a Londra il 1 aprile 2014 il Presidente del Consiglio Renzi affermava: “I dati sulla disoccupazione lo dimostrano: nel 2011 l’Uk era all’11% e l’Italia all’8,4%, ora loro sono al 7%” e noi al 12,3%: in questi anni abbiamo perso troppa strada, noi abbiamo un sistema che manca di flessibilità. In Italia abbiamo 2100 articoli nel codice del lavoro. Noi pensiamo di scendere a 50-60 articoli, traducibili anche in inglese, che assicurino tempi certi”, ad Atene nello stesso giorno il Governatore della BdI Ignazio Visco dichiarava: “Sul fronte del lavoro abbiamo osservato una flessibilità non utile, utilizzata da imprese che non hanno innovato, ora stanno innovando, ma per lungo tempo hanno rinviato riducendo il costo del lavoro sfruttando la flessibilità. Bisogna perseguire una flessibilità diversa.“

Paolo Pini
www.sbilanciamoci.info